Intervista.
.fatta a Manfredini  
  Allievi della scuola di lingue. Terzo corso d’italiano. Clint, Pilar Uharte, Ander Irizar e Fernando Rey.
Texto: Dept. de Italiano

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Ander- Per cominciare puoi fare brevemente un riassunto della tua carriera calcistica?
Manfredini- Ho iniziato a 12 anni che sono andato a giocare perché io abitavo a Batipaglia, nel sud dell’Italia, vicino a Salerno, Napoli. Con i miei genitori dopo vari provini, sono stato preso con la Juventus giovanile, e a 12 anni mi sono trasferito a Torino dove c’è la Juventus. Ho fatto tutta la giovanile dai 12 fino ai 18 anni. Poi ho cominciato a fare vari giri, sai, delle squadre, finora ho fatto C-1, ho fatto tanta serie B, ho fatto tre anni con la serie A col Chievo, con la Lazio, e quest’anno sono arrivato qui. A- Abbiamo letto anche che sei affermato nel Chievo Verona.
M- Si, è una piccola squadra. È un quartiere di Verona, perché Verona più o meno è grande come Pamplona, è una zona come qui può essere Mendebaldea, che si chiama Chievo e lì è nata questa squadra piccola come società però una buona società seria, e adesso è al vertice della serie A.
A- E poi sei stato trasferito alla Lazio. Come sei stato?
M- Sì, alla Lazio [...] sono andato lì, mi è nato un bimbo bellissimo ma non mi sono inserito, non ho giocato come sapevo, capita! Ho deciso di cambiare, di venire qui e provare.
A- Sentivi che avevi molta pressione in un club più grande?
M- Ma no! Sicuramente alla Lazio c’era più pressione [...] ma è anche bello, eh?.
A- Volevi giocare e ...
M- Sì, non giocavo bene, e poi ho giocato poco e volevo giocare un po’ di più, volevo anche rimanere in Italia, perché le squadre c’erano, però volevo proprio cambiare e provare altre esperienze, allora ho provato a venire qui.
A- Dimostrare nel campionato che sei ancora capace.
M- Ma quello lo sapevo già, eh? Perché non è che 3 mesi eri bravo e 3 mesi dopo no. [...]
A- Qui la pressione non è tanta?
M- É diverso, in una grande società, come si vede anche a Madrid, c’è più pressione, è lo stesso nella Lazio, perché la Lazio equivale al Madrid, Barcelona o Valencia qui. C’è più pressione perché si deve vincere per forza, Osasuna deve salvarsi, solo quello. La differenza sta lì.
A- È simile al Chievo Verona, o anche a Verona c’è più pressione?
M- No, è uguale. Chievo Verona non ha molta pressione di pubblico perché non ha una platea come la Roma, almeno 80.000 persone nello stadio.
A- Cosa pensi sui giornalisti qui?
M- Non leggo i giornali, possono scrivere una cosa buona o no, per me è uguale. Quando li vedo “ciao”, anche se mi hanno scritto ieri male, non lo so.
A- Ma, senti questa pressione particolare della stampa?
M- Mai leggo, sicuramente quando sono allo spogliatoio sento i compagni che parlano e qualcosa mi arriva... È da un po’ d’anni non li leggo perché intanto i giornalisti scrivono quel che vogliono.
Fernando- Quando un calciatore viene da fuori di solito ha la speranza di giocare. Hai giocato molte partite ma non sei titolare fisso. Come ti senti?
Manfredini- Bene! Su 6 partite ne ho giocate 4 da titolare. La prima non la contiamo, ero appena arrivato.[...] Sono stato bene. Sto tranquillo.
F- Com’è l’ambiente tra i giocatori dentro allo spogliatoio?
M- Buono, sono tutti bravi ragazzi, ragazzi tranquilli. Con bravi ragazzi si sta sempre bene. Nessuno crede di essere meglio dell’altro, perciò questo è molto importante.
F- Ti piacciono i tifosi “osasunisti”?
M- Si, fanno casino eh? Fanno tanto rumore (ride)
F- Cosa sapevi di Osasuna prima di venire?
M- Osasuna come squadra poco, però la conoscevo perché guardando la “liga” leggevo il nome. Pamplona, per la festa che fanno a San Fermín.
A- La conoscevi?
M- Sì, in Italia la fanno sempre vedere in televisione.
F- Il contratto finisce a giugno. Cosa vorresti? Cosa preferiresti, tornare a Roma o rimanere a Pamplona?
M- Non è una cosa che ci penso, per adesso. Mancano ancora due mesi, finiamo questi due mesi, finiamoli bene, cerchiamo di salvarci e poi si vedrà.
F- Secondo te, quali squadre andranno in serie B quest’anno?
M- Tutte tranne noi! (risate)
F- Hai pensato quali saranno?
M- Non ci penso, io penso alla mia squadra. Io vengo a far l’allenamento molto contento ma dopo l’allenamento basta. Non guardo le partite in TV, non leggo i giornali, sto col mio bimbo, mia moglie, gli amici...
F- Qualche volta ti sembra che tutto quello che ha a che vedere con il calcio sia un po’ ridicolo?
M- Sai cos’è? Il calcio è molto trasmesso in TV, allora quando una persona vede un’altra in TV pensi che sia non so che cosa, invece la vedi per strada ed è normale. Quella è la differenza.
F- Cosa ha significato per te fare un gol al Real Madrid?
M- Contento! Ma perché ho fatto gol, non perché era il Real Madrid. Quando fai gol è bello.
F- Chi è, secondo te, il miglior giocatore di Osasuna?
M- Non si può dire chi è il miglior giocatore. [...] È difficile comunque. Sicuramente nessuno è Maradona. Maradona è il più bravo, gli altri, chi è più bravo a fare una cosa, chi è più bravo a fare un’altra, quindi non c’è la stella.
Pilar- Cosa ti manca di più dell’Italia?
Manfredini- Niente!
P- Nulla, neanche il cibo?
M- No, il cibo è lo stesso, quello che voglio lo faccio cucinare da mia moglie. Mi mancano forse i miei genitori, gli amici, ma tanto so che tra poco tempo potrò rivederli, in vacanza.
P- Cosa ti piacerebbe fare dopo la tua tappa come calciatore? Qualcosa collegata al calcio, oppure qualcosa di diverso?
M- Il pensiero adesso è non rimanere nell’ambiente. [...] Una cosa che vorrei fare è allenare i bambini, mi piacciono molto, e poi non c’è malizia nei bambini, non c’è cattiveria, però i bambini piccoli eh? Fino ai 10, 11 anni...
P- Hai detto che hai un bimbo appena nato, come si chiama?
M- Sì, ha 6 mesi, si chiama Christian, è bianco, molto bianco!
P- Se non fossi stato calciatore, cosa ti sarebbe piaciuto fare nella vita?
M- Guarda, ho cominciato a giocare perché sono stato adottato da questa famiglia del Sud dell’Italia, mi hanno iniziato a giocare a calcio perché mi hanno mandato in questa squadra per socializzare, per imparare a conoscere tutti e poi in casa hanno voluto che riuscissi a giocare a calcio [...] non so, però non avevo un sogno particolare.
P- Cosa ti ha sorpreso, gradevolmente o sgradevolmente, di Pamplona, della gente?
M- No, sgradevole niente. È molto tranquilla, si vive molto bene, per la famiglia.
P- Ma non è, diciamo, l’immagine della Spagna classica...
M- Lo so, lo so, se vai a Barce- lona è completamente diverso, c’è più vita, ma si vive molto bene a Pamplona. È molto tranquilla come città.
P- Forse rimani qui.
M- Sì, perché qui si sta bene e quando stai bene in un posto, si vive bene.
Clint- Sei nato in Costa D’Avorio e dopo sei vissuto in Italia. Hai qualche contatto con Costa D’Avorio?
Manfredini- Sì, ci sono i miei genitori. Ci sono tornato nel 2000 e poi ho tanti fratelli. Non saprei dirti, sono andato lì e ne avevo già 15. Me li hanno presentati tutti, non li conoscevo. Sì, ho dei piccoli contatti, ogni tanto li aiuto economicamente, ma per me i veri genitori sono questi italiani.
C- Oltre al calcio, quali sono i tuoi hobby?
M- Hobby altre al calcio? Andare a fare la spesa con mia moglie al supermercato e portare il carrello, poi stare con il bimbo e basta.
Poi leggo, piccole cose, quando vado in ritiro per passare il tempo leggo o lavoro al computer, navigo su internet. Mi piace l’elettronica, le cose normali, niente di particolare.
C- Che tipo di musica ti piace?
M- Un po’ tutta, ascolto Madonna, Laura Pausini, Michael Jackson. Non una cosa specifica, mi piace un po’ tutto. Mi piacciono le cose belle, come a tutti!
C- Si dice che gli africani hanno un buon ritmo quando ballano, è genetica?
M- Io non so ballare, non so cantare. Niente! Canta l’orso.
C- Ti vorrei fare qualche domanda. Ti dico una parola e, se ti sembra bene, mi rispondi con un’altra.
C- Una squadra.
M- Il Chievo.
C- Un libro.
M- L’alchimista di Paulo Coelho.
C- Una parola basca?
M- Osasuna
C- Un personaggio storico
M- Robin Hood
C- Il tuo idolo sportivo?
M- Michael Jordan
C- Un momento del giorno?
M- La mattina quando vado in camera alle 7,30 che mio figlio si sveglia. Stupendo! Che mi guarda così.
C- Un luogo di vacanza?
M- Abbiamo un casa giù da noi, sulle colline di Firenze. In agosto quando fa molto caldo in città, si va lì. Bellissimo!
C- Cosa ti porteresti in un’isola deserta?
M- Due persone, hai capito già. E basta!
A- Hai detto che abitavi nel Sud dell’Italia?
M- Sì, i miei genitori adottivi abitano ancora lì. Io ho tanti amici perché sono cresciuto lì fino ai 13 anni.
P- I tuoi genitori africani sono vivi, questo non è un po’ strano?
M- No, mi hanno mandato qui, perché comunque, lì la vita non è che sia... Quando sono tornato ho visto dei ragazzi che avevano la mia età, che quando ero più piccolo, comunque io stavo insieme a loro. Ho visto come stavano, non è che stavano benissimo, perciò mi ritengo fortunato. Mi hanno mandato in Italia per star meglio, per studiare, ma io non avevo tanta voglia di studiare. Mi sono diplomato e basta. Loro invece volevano che andassi avanti, non so, diventassi dottore, però alla fine le cose sono andate bene.
A- Parli qualche dialetto italiano?
M- Sì, napoletano. Se mi senti ti faccio ridere
P- Con la calata napoletana?
M- Adesso la calata si sente meno, perché ho sempre vissuto al Nord, perché ho sempre giocato al nord, però il dialetto lo parlo quando vado giù con gli amici.
A- Parli spagnolo?
M- No, poche parole, però non so attaccarle insieme. Per esempio so come si dice la macchina, come si dice la strada, però non so dire la strada è bella, cioè, non sono capace.
A- Impari adesso?
M- No, parlando con loro. Ci capiamo!
A- Parli qualche altra lingua?
M- No, il francese che parlavo in Costa D’Avorio l’ho dimenticato perché venendo in Italia parlavo solo italiano, l’inglese l’ho fatto a scuola, ma sai, quello scolastico, cioè poca roba.
A- E questo di tagliare la tuta?
M- Non è una cosa... In Italia lo facciamo molto perché la tuta lunga è troppo lunga, invece quando fa freddo il pantaloncino è corto. Allora abbiamo tagliato un pochino i pantaloni lunghi..., e quando fa freddo la parte tagliata la mettiamo alla testa oppure al collo, come una sciarpa.